Intelligenza Artificiale e Disruptive Innovation Riflessioni sul ruolo e sull'impatto delle AI nei prossimi anni sul mondo del lavoro, dall'Industry 4.0 alla digitalizzazione delle professioni

Intelligenza Artificiale e Disruptive Innovation

Prima di tutto vennero a digitalizzare i commercialisti,
e fui contento, perché li avevo sempre ritenuti superflui.

Poi vennero a digitalizzare i notai,
e stetti zitto, perché chiedevano l’1% del valore degli immobili.

Poi vennero a digitalizzare gli avvocati,
e fui sollevato, perché prendevano 200 euro l’ora.

Poi vennero a digitalizzare i commerciali,
e io non dissi niente, perché non ero un commerciale.

Un giorno vennero a digitalizzare me,
ma fu facile cavarmela… mi bastò fare un preventivo più alto.

Queste parole, scritte sulla falsariga del celebre detto popolare “Prima vennero…“, potrebbero essere pronunciate da uno dei tanti ingegneri e/o informatici che si stanno dedicando anima e corpo allo studio di TensorFlow, Microsoft CNTK, CafféTorch o altri framework orientati al Deep Learning: magari proprio da uno dei tanti che lavora con voi o per voi, nascosto nei meandri del reparto IT della vostra azienda e del quale forse non sapete neppure il nome. Lui, in compenso, vi conosce molto bene: ha studiato cosa fate e come lavorate, e magari sta persino lavorando a un progetto segreto di AI Automation allo scopo di soppiantarvi…

Paura, eh? Non preoccupatevi! Stiamo solo scherzando. Non è così che stanno le cose… o almeno, non del tutto.

When they came…

Torniamo per un attimo al “Prima Vennero…” di cui sopra: si tratta di un componimento di chiara matrice popolare, ispirato a un sermone del pastore Martin Niemöller che puntava l’indice verso l’indifferenza della classe intellettuale tedesca di fronte all’ascesa al potere dei nazisti. Il testo originale è il seguente:

When they came for the Jews and the blacks,

I turned away

 

When they came for the writers and the thinkers and the radicals and the protestors,

I turned away

 

When they came for the gays, and the minorities, and the utopians, and the dancers,

I turned away

 

And when they came for me,

I turned around and around, and there was nobody left…

Il passare degli anni non ha tolto significato a queste parole, che riescono ancora oggi a descrivere efficacemente i pericoli legati a un certo tipo di apatia politica e/o sociale di fronte ai periodi di grande cambiamento. La parafrasi digital proposta in apertura di questo articolo ha un intento analogo: una ironica provocazione, scritta con l’intento di riflettere e far riflettere sulle principali paure che dominano il mercato del lavoro nel periodo attuale.

Timori quasi sempre inespressi e in gran parte non ancora pienamente metabolizzati, soprattutto da molti professionisti di settore e categorie di lavoratori autonomi che hanno combattuto duramente per costruire il proprio bagaglio di competenze: cosa c’è di più spaventoso – a parte i nazisti, ovviamente! – di una intelligenza artificiale che minaccia il nostro lavoro e rimette in discussione il ruolo che abbiamo faticosamente raggiunto nella società, riducendo a una frazione di secondo i frutti di una vita intera di studi?

They Took Our Jobs!

Le paure di questo tipo, negli ultimi anni, sono state gestite in molti casi mediante vere e proprie tecniche di gestione dell’ansia: una moltitudine di incontri, convegni e dibattiti (come ad esempio questo) in cui l’amaro calice veniva allontanato, nascosto, sepolto sotto una coltre di interventi volti a declinare in vari modi un unico, gigantesco concetto-salvagente:

Human plus Robots are better than either one alone”.

La cui reale traduzione, al di là dei giri di parole, vuole essere quasi sempre questa:

“tanto ci sarà sempre bisogno (anche) di (qualcuno di) noi”.

Il tutto si sublima nella seguente immagine mistificatoria, che sarà probabilmente ricordata come una delle più grandi ipocrisie del decennio attuale:

Intelligenza Artificiale e Disruptive Innovation

(Notare la giacca e la cravatta da ambo le parti, giusto per mettere fin da subito le cose in chiaro)

E’ davvero così semplice? Provate a chiederlo ai CPA negli Stati Uniti (l’equivalente dei “nostri” commercialisti): anche loro, fino a pochi anni fa, vi avrebbero risposto qualcosa del genere: “le macchine non potranno mai rimpiazzarci, perché prive dell’esperienza necessaria per districarsi tra i mille e uno garbugli delle normative fiscali”. Poi arrivarono gli online tools di H&R BlockTurboTax, che negli ultimi tre anni hanno conquistato un market-share di diversi milioni di americani che oggi, grazie ai loro servizi, pagano le tasse a costo zero o quasi: privati, ma anche imprenditori e piccole imprese. I due competitor, che si dividono il mercato piuttosto equamente e con alterne fortune, offrono servizi piuttosto diversi, ma sono legati da un importante filo comune: entrambi hanno costruito (e stanno ancora costruendo) la loro fortuna sul continuo perfezionamento di software basati su AI con funzionalità avanzate di Machine Learning: i primi integrando IBM Watson, i secondi tramite una partnership con Amazon.

Anche in questo caso, le rassicurazioni non mancano. Il CDA di Intuit, la società madre di TurboTax, non fa che ripetere in ogni intervista che non c’è nulla di cui preoccuparsi: la componente umana resterà indispensabile, con le sue insostituibili capacità conversazionali, artistiche, creative, e chi più ne ha più ne metta.

Nessun problema, dunque: Human plus Robots are better than either one alone: un matrimonio felice che non potrà che portare il mondo verso magnifiche sorti e progressive.

Purtroppo, a ben vedere, il problema c’è: in un contesto dove le macchine svolgeranno  lavori e mansioni di tipo operativo e produttivo (analisi documentale, catalogazione, calcoli, recupero delle normative e dei casi di specie, e via dicendo) e la componente umana si occuperà degli aspetti direttivi, creativi, sociali e strategici, è del tutto evidente che qualche posto di lavoro tenderà ragionevolmente a scomparire.

La verità è che, in Italia che nel resto del mondo, le attività della maggior parte dei lavoratori – dall’avvocato al praticante, dal notaio al commercialista, dall’operaio al caporeparto, dall’impiegato al funzionario – sono ancora inquadrabili in un contesto prevalentemente operativo e/o produttivo: organizzare turni, prenotare viaggi, scrivere e/o eseguire procedure, fornire servizi e/o assistenza mediante processi più o meno standard, formulare offerte commerciali o partecipare a bandi di gara mediante criteri predeterminati o  predeterminabili, gestire progetti attraverso modelli di gestione consolidati e definendo KPI secondo metriche note, e così via.

Per ragioni di spazio non farò ulteriori esempi con altre professioni, limitandomi a dire che quello che sta accadendo ai CPA con TurboTax si sta verificando anche in altri contesti: dal mondo degli Studi Legali in UK con CaseCrunch, a quello delle Assicurazioni con Lemonade, e così via. Si badi bene che tutti questi software, nessuno escluso, parlano di Human-Centered AI, facendo chiare allusioni – nelle loro impeccabili presentazioni – alla “stretta di mano” di cui sopra.

Quello che le suddette presentazioni non dicono è che, a dispetto di questo antropocentrismo di facciata, la maggior parte di queste attività – se non tutte – saranno automatizzabili entro i prossimi dieci anni: con buona pace di chi pensa che non sia così, trincerandosi dietro la convinzione che la componente umana costituisca una parte imprescindibile del proprio lavoro. Al contrario, per chi legge in questo modo il proprio lavoro – o l’attuale mondo del lavoro in generale – risulta quasi sempre valido il paradosso dello scettico nei confronti della psicoanalisi: i più  convinti che siano tutte sciocchezze si rivelano in molti casi soggetti particolarmente suggestionabili.

Con buona pace di chi pensa di svolgere un lavoro insostituibile, è del tutto evidente che – se le cose resteranno così – quel connubio ideale tra uomo e macchina che cercano di venderci più o meno tutti i Digital Innovator Strategist in questi ultimi mesi è destinato ad essere una pia illusione. Gran parte dei lavori scompariranno, trascinando il mondo in una distopia dominata dalla povertà e dalla disoccupazione dove gli uomini, oppressi dalle macchine, non potranno far altro che coalizzarsi contro il nemico comune, dando vita a una rinnovata “lotta di classe 4.0”.

Class Struggle 4.0

Si tratta ovviamente di un paradosso: chi sostiene che robot e AI finiranno per toglierci il lavoro commette una semplificazione non meno grave di chi si ostina a ripetere supinamente il mantra che il lavoro congiunto di uomini e macchine renderà il mondo un posto migliore. In entrambi i casi la questione reale non viene affrontata, limitandosi a raccontare gli aspetti più superficiali di quanto sta avvenendo giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, magari a seguito della lettura di un articolo di Wired.it o della sezione Hi-Tech di Repubblica: lasciandosi affascinare dalle ultime novità come le falene, ignorando nel contempo gli aspetti economici, sociali e soprattutto storici che hanno contraddistinto il rapporto dell’uomo con le innovazioni tecnologiche più o meno recenti.

Gli osservatori più attenti, specialmente quelli che operano nel settore IT già da qualche anno e che hanno il buon gusto (e la saggezza socratica propria di chi sa di non sapere) di non definirsi Digital Innovator, sanno perfettamente che questo tipo di fenomeno si è già verificato almeno tre volte nel nostro recente passato:

  • L’arrivo dei Personal Computer nelle aziende.
  • L’impatto dirompente di Internet e del World-Wide-Web nella società delle informazioni.
  • La diffusione capillare dei dispositivi mobili.

Tre rivoluzioni clamorose e dirompenti, che hanno avuto (anche) il merito di aver fatto letteralmente schizzare in avanti la produttività mondiale: ciascuna di loro, se soltanto fosse stata accompagnata da una evoluzione culturale, economica e sociale adeguata, avrebbe potuto cambiare volto al mondo del lavoro: come? Aumentando i salari, riducendo gli orari minimi e spostando le informazioni al posto delle persone, tanto per dirne tre. E’ forse successo qualcosa del genere? Ovviamente no. L’attuale mondo del lavoro ha mantenuto grossomodo gli stessi diritti, doveri, orari e potere d’acquisto di quello dei nostri nonni: in alcuni casi – diritti e potere di acquisto – è addirittura peggiorato, almeno nel nostro paese.

Questo ristagno economico e sociale è forse dovuto ai Personal Computer, a Internet o agli Smartphone? Ovviamente no: nessuna di queste innovazioni è stata causa di licenziamenti, né tantomeno ha innescato quelle magnifiche sorti e progressive in campo socio-economico (se non per una ristretta elite di investitori, ovviamente) che i creatori e i pionieri di quelle tecnologie si auguravano. A ben vedere, la responsabilità è sempre stata di colui che deteneva il monopolio degli aspetti direttivi, creativi, sociali e strategici durante tutte le suddette rivoluzioni: lo sposo perfetto di qualsiasi Innovazione Digitale, se soltanto non decidesse sempre di far consumare le nozze unicamente a una ristretta elite di privilegiati.

Il “pericolo”, dunque, non ha niente a che spartire con la perdita dei posti di lavoro a causa delle AI: la Disruptive Innovation non esiste e non è mai esistita, nella misura in cui l’essere umano non ha bisogno di lavorare un numero minimo di ore al giorno (o giorni al mese) bensì di dignità uguaglianza. E le AI, se introdotte nel modo corretto in una qualsiasi realtà lavorativa, possono essere un mezzo eccezionale per il raggiungimento tale fine: riducendo gli orari, provocando l’aumento dei salari, migliorando la vivibilità e il livello di soddisfazione dei lavoratori.

Il problema, semmai, è che l’introduzione di queste innovazioni nelle aziende – a partire dai Personal Computer, da Internet e dagli Smartphone – ha portato benefici solo ai detentori del capitale: l’azienda nella migliore delle ipotesi, il mercato e i venture capitalist nella maggior parte dei casi. Tre occasioni perdute, che dovrebbero esserci di lezione per evitare di subire a breve un quarto, clamoroso (auto)goal, questa volta su assist delle temutissime AI: per questo, forse, più che riempirci la bocca di Industry 4.0 dovremmo riflettere sull’assoluta necessità di evitare il 4 a 0 da parte di una Industry sempre più piramidale.

Conclusioni

A ben vedere, il mantra nazional-popolare dei Digital Innovator può assumere una profondità molto diversa apportando alla frase una piccola modifica: Human plus Robots could be better than either one alone. A patto che si trovi il modo di giocare decentemente questa partita, cosa che in passato non è stata fatta: per nostra fortuna l’avversario da battere non è Watson o AlphaGO, ma il solito vizio – del tutto umano e per nulla artificiale – di concepire ogni innovazione tecnologica come fonte di profitto e non come strumento di evoluzione socioeconomica e culturale.

Che i nostri aspiranti Digital Innovator si preoccupino dunque di tranquillizzarci su questo specifico tema, senza perdere altro tempo a reiterare l’ovvio: affinché a stringere quella mano cibernetica non siano soltanto padroni e parvenu in giacca e cravatta ma anche dipendenti, operai, braccianti, precari e pendolari.

 

About Dark

Sviluppatore, analista di progetto, web designer, divulgatore informatico. Lavora come IT Architect per il design e lo sviluppo di siti, servizi, interfacce e applicazioni web e per dispositivi mobili. Microsoft MVP for Development Technologies dal 2018.

View all posts by Dark

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.