Skip to main content

Online Advertising, Ad-Block e Anti Ad-Block Warning: il punto della situazione

La diffusione degli strumenti di identificazione dei software Ad-Blocker in italia e nel mondo nel corso del 2016 rappresenta l’ennesima conferma di quello che ormai da molti anni è un segnale molto chiaro: la concezione del web come opportunità di condivisione di informazioni libere continua a perdere colpi rispetto alla visione industriale dello stesso, vocazionalmente portata a mettere in risalto gli aspetti prettamente commerciali (nonché inevitabilmente lucrativi) rispetto a qualsiasi altra funzione di utilità sociale.

Con questo non si vuole certo intendere che il web debba essere necessariamente libero e gratuito. Per citare le parole di Tim Berners-Lee, there was a time when people felt the internet was another world, but now people realise it’s a tool that we use in this world: un tempo molti consideravano internet un altro mondo, ma ora è chiaro che si tratta di uno strumento da utilizzare in questo mondo. E’ quindi del tutto normale che chat, software libero e siti di informazione indipendente siano stati progressivamente affiancati – e numericamente persino superati – da giornali e magazine commerciali, servizi a pagamento, online stores, materiale per adulti e tutto quanto esiste ed esisterà altrove: per lo stesso motivo è opportuno aspettarsi la presenza di una inevitabile componente illecita e/o illegale – anch’essa parte del nostro mondo – e degli strumenti necessari per combatterla.

Se le cose stanno così, il fatto che il web si sia riempito di persone che cercano di sfruttare la componente commerciale del mezzo è del tutto legittimo: gli advertising servono proprio a questo, così come gli abbonamenti, i servizi a pagamento e i prodotti da vendere. Sono invece molto meno legittimi gli stratagemmi, peraltro estremamente evidenti ed oggettivi, che alcuni di questi mercanti mettono in piedi per espandere il loro profitto a danno della libertà altrui, tutti più o meno basati sul solito grande equivoco volto a confondere – e a far confondere – due termini apparentemente simili ma dal significato diametralmente opposto: libertà e liberismo. Per chi non conoscesse la differenza, ci limiteremo a dire che la libertà è un valore condiviso tra tutti e quindi intrinsecamente collegato al concetto di equità/uguaglianza, mentre il liberismo è un principio economico fondato sull’assoluta libertà di produzione e di commercio che con l’equità e l’uguaglianza non ha nulla a che spartire: al contrario, esistono innumerevoli casi in cui il liberismo va a contrapporsi ai principi di equità ed uguaglianza, e quindi al concetto stesso di libertà: ad esempio, in tutte le occasioni in cui diventa esaltazione del mercato, del reddito, dello spirito d’impresa e di tutte le strategie più o meno riconducibili alla massimizzazione del profitto individuale a discapito della tutela dei diritti propri dell’acquirente, del consumatore, della collettività.

Cosa c’entra tutto questo con l’online avertising e, soprattutto, con gli Ad-Block? Siamo quasi arrivati al punto. La tecnica dell’advertising, intesa come presenza di banner pubblicitari su un sito web informativo, è – come detto sopra – una delle principali modalità di fruizione commerciale di Internet al giorno d’oggi. Inserire dei banner in un qualsiasi sito web è quindi del tutto legittimo, così come è legittimo per l’utente ignorarli, non guardarli, non clickare. Si tratta del resto della tradizionale modalità di fruizione della pubblicità, la stessa che vale anche per i cartelloni, gli spot televisivi e via dicendo. Come abbiamo detto poco fa, Internet altro non è che uno strumento di questo mondo: non possiamo quindi stupirci del fatto che, nel corso degli ultimi anni, l’online advertising abbia inevitabilmente intrapreso le medesime derive liberiste che hanno caratterizzato tutti i pilastri del marketing promozionale preesistenti, come ad esempio la cartellonistica, le pubblicità elettorali e gli spot televisivi.

Nello specifico,  la tendenza a travolgere l’esperienza utente con un vero e proprio torrente di banner, in molti casi estremamente invasivi per quantità e qualità, trova numerose affinità con il fenomeno noto come “attacchinaggio selvaggio“:

La foto a sinistra mostra le regionali del 2012 in Sicilia, mentre l’immagine a destra ritrae uno dei tanti click-bait del classico business model para-divulgativo, perfettamente incarnato in italia dal sito Aranzulla.it ed innumerevoli altri epigoni meno famosi. Differenze dal punto di vista di chi passa ve ne sono poche: in entrambi i casi si nota un evidente, sia pur legittimo, “eccesso di zelo”. La parola “legittimo” è d’obbligo: sono stati volutamente presi due casi che non hanno nulla da eccepire a quanto previsto dalle norme che regolano l’affissione cartacea e online. I candidati Scrivano e Savona hanno con tutta probabilità pagato per i loro spazi, così come Aranzulla è rimasto entro i limiti di unità pubblicitarie previste da Google Ads per singola pagina. Quest’ultimo punto farà senz’altro sorridere il lettore liberale, che per sua natura non può che storcere il naso quando si accorge che una determinata cosa è regolamentata unicamente da chi svolge il mestiere di sfruttarla a proprio vantaggio: il lettore liberista non ne sarà invece minimamente disturbato, essendo questo tipo di situazioni il suo pane quotidiano.

Importanti affinità tra la cartellonistica da strada e quella da web si ritrovano anche negli aspetti amministrativi: in entrambi i casi governi, istituzioni e organismi di controllo tendono a restare in silenzio, tappandosi gli occhi, le orecchie e soprattutto la bocca di fronte al liberismo d’impresa proprio di chi gestisce, vende e acquista questo tipo di campagne. Per carità, l’assenza di norme e organismi di controllo su Internet è cosa buona e giusta, visto che non esiste una “cosa pubblica” da difendere con delle leggi ad-hoc: non è del resto un caso che le leggi che oggi vengono proposte per “regolamentare” il web non tutelino affatto l’interesse della collettività, bensì quello della grande proprietà privata. avete mai visto venire alla luce norme contro le pubblicità ingannevoli, i siti civetta, le recensioni false, il conflitto di interessi, gli articoli con product-placement o qualsivoglia limitazione all’online advertising, magari anche solo sotto forma di penalizzazione SEO rispetto ai siti no-profit? Ovviamente no. Eppure, se proprio si deve entrare a tutti i costi nell’ottica di fare ciò che non si dovrebbe – ovvero imporre delle regole stringenti e limitative al web per tutelare qualcosa o qualcuno – sarebbe bello una volta ogni tanto, anziché proporre e votare le solite leggi-bavaglio volte a limitare la libertà di espressione e/o condivisione, prendersela con derive liberiste come quelle appena menzionate.

La suggestiva immagine di Darouet, simbolo della campagna contro  il DDL intercettazioni del 2008 e poi utilizzata a contrasto delle successive “leggi bavaglio” nei riguardi del web.

Speranza vana, ovviamente. L’online advertising indiscriminato – ovvero discriminato soltanto dai suoi stessi player – è destinato a restare in piedi ancora molto a lungo, forte del suo giro d’affari ormai miliardario e per nulla intenzionato a perdere revenue diventando meno invasivo. Né possiamo seriamente sperare che Google o altri motori di ricerca (quali?) facciano quello che andrebbe realmente fatto e di cui nessuno parla, ovvero differenziare i siti commerciali/promozionali dalle realtà no-profit e prive di banner, magari premiando i secondi rispetto ai primi o comunque consentendo all’utente di effettuare una sorta di preselezione: lo spirito liberista si batterà fino alla morte per preservare il suo sacrosanto diritto di competere sui motori di ricerca per pertinenza dei suoi contenuti, salvo poi cercare di ottenere vantaggi ulteriori a colpi di esperti SEO e costose campagne promozionali così da superare agevolmente chiunque non possa permettersi di fare altrettanto. Una sete di “giustizia” che fa onestamente rabbrividire e che appare lecita tanto quanto la richiesta di un calcio di rigore da parte di un ragazzo di 20 anni che gioca a pallone con i bambini di 10.

Non resta dunque che ricorrere all’ultimo baluardo della libertà: la scelta sovrana di volersi difendere dal messaggio promozionale, rifuggendo il cartellone malgrado i suoi subdoli tentativi di attirare la nostra attenzione. Non guardarlo, cambiare strada, boicottare ciò che offre e insegnare ai nostri figli a fare altrettanto, dotandoci  nel contempo di tutti gli strumenti utili a tale scopo. Ben vengano dunque gli Ad Blocker, Ad Remover e qualsiasi altro mezzo che agisca sul nostro client (browser, smartphone o altro) per assisterci in questa faticosa e sacrosanta operazione di riequilibrio delle forze in campo. Per chi non lo sapesse, gli Ad Blocker sono dei software dedicati per il blocco della pubblicità e il filtraggio dei contenuti per i browser: nella maggior parte dei casi vengono distribuiti come degli add-on (estensioni) per i browser più popolari, come Mozilla FirefoxGoogle Chrome e Safari. Il loro funzionamento, una volta installati, è quasi interamente automatico: l’utente non deve far altro che scegliere un comportamento predefinito, valido per tutti i siti (ad esempio: blocca tutti gli annunci) ed eventualmente creare delle eccezioni ad-hoc per alcuni siti o servizi sui quali si desidera regolarsi in modo diverso.

Inizialmente la diffusione degli Ad Blocker non ha impensierito i siti web a forte declinazione commerciale, ivi compresi quelli para-informativi che basavano la quasi totalità delle loro revenue sui banner promozionali, in quanto la loro diffusione non era ancora tale da intaccare i margini di profitto. Negli ultimi anni il problema è improvvisamente esploso, provocando una diminuzione del gettito del 15-20% sugli introiti derivanti da banner e gettando nel panico una discreta quantità di webmaster ed esperti di web marketing, costretti ancora una volta a fare i conti con una libertà non più illimitata, ma che si ostinava a voler finire laddove comincia quella degli altri.

Le reazioni agli Ad Blocker non si sono fatte attendere e, ancora una volta, hanno consentito al buon osservatore di distinguere i siti governati da una mentalità liberista da quelli più legati a una concezione propriamente liberale. Cerchiamo di tracciare una mappa, partendo dai secondi ed escludendo ovvimaente i siti ad-free, per i quali nulla è cambiato:

  • La scelta più liberale in assoluto è quella di chi non ha apportato al proprio sito alcuna variazione, lasciando all’utente la libertà di vedere i banner, ignorarli o configurare il proprio browser come meglio crede per ottenere l’esperienza di navigazione che meglio si adatta alle sue esigenze. Il principio alla base di questa scelta è evidente: la libertà di chi mette il banner finisce laddove inizia quella di chi il banner non lo vuole. Questo sito, inutile dirlo, è fiero di collocarsi all’interno di questo insieme (così come molti altri).
  • Una scelta analogamente liberale è quella fatta da chi ha deciso di suddividere i propri contenuti in due grandi raggruppamenti: quello gratuito, che prevede i banner e gli Ad Blocker, e quello riservato, accessibile soltanto agli utenti registrati e/o che pagano un abbonamento. E’ la scelta fatta da molti giornali e riviste online, come ad esempio il Fatto Quotidiano.
  • All’estremo opposto, ovviamente, troviamo la soluzione tipica del liberismo: nessun contenuto riservato, così da poter sfruttare appieno le potenzialità offerte dai motori di ricerca consentendo loro di indicizzare la totalità dei contenuti del proprio sito, salvo poi prevedere un blocco alla visualizzazione dei suddetti contenuti – il cosiddetto Anti-AdBlock Warning – applicato unicamente all’utente finale che utilizza un software Ad Block. E’ la scelta che contraddistingue i siti più smacccatamente orientati a fare business a discapito della qualità e accessibilità delle informazioni divulgate: ad adottare questa politica vi sono (per ora) una manciata di siti italiani, tra cui il noto Aranzulla.it, e innumerevoli altri siti in tutto il mondo.

Questi tre modi di gestire l’ansia da Ad Blocker incarnano alla perfezione le tre modalità di fruizione dello “strumento di questo mondo” di cui parlava Tim Berners-Lee: la condivisione delle informazioni, la fornitura di un servizio a pagamento e lo sfruttamento del mezzo (e di chi lo usa) alla ricerca del profitto.

Schermata Anti-AdBlock Warning del sito Aranzulla.it: tutte le pagine del sito sono indicizzate su Google in modo da poter competere con Wikipedia, Stack Overflow e qualsiasi altro sito o blog divulgativo liberamente accessibile, ma l’utente che desidera visualizzarne i contenuti è costretto a disabilitare l’Ad Block così da non compromettere le revenue previste (oltre 1.5 milioni di euro solo nel 2016).

Poiché il liberista è per definizione interessato a difendere i propri diritti ma non quelli altrui, l’utilizzo degli Ad Blocker a tutela di questi ultimi appare quantomai giusto e sacrosanto: sentitevi liberi di continuare a farlo, magari invitando e/o aiutando i vostri amici e parenti (soprattutto quelli più anziani) ad informarsi a loro volta: idealmente, ciascun utente del web dovrebbe poter essere messo in condizione di conoscere la loro esistenza e scegliere autonomamente se farne uso oppure no. A quanti sostengono che la presenza degli Ad Blocker sta rovinando o compromettendo lo sviluppo del web potete rispondere che con tutta probabilità è vero l’esatto contrario, perché gli unici siti ad essere realmente penalizzati sono quelli che – come abbiamo ampiamente visto – antepongono il profitto alla qualità dell’informazione: gli Ad Blocker sono lo strumento perfetto per costringere queste realtà a tornare sulla retta via oppure a cambiare aria, con indubbio guadagno della qualità del web in entrambi i casi.

Ecco un elenco dei più diffusi, divisi per browser di riferimento.

Google Chrome

Mozilla Firefox

Apple Safari

E’ opportuno ricordare che ciascuno di questi programmi può essere configurato in modo da bloccare soltanto alcuni tipi di banner, soltanto i banner provenienti da determinati siti, e così via: il blocco incondizionato è solo una delle tante possibili opzioni, e se oggi come oggi è la più gettonata la colpa è in gran parte degli ad publisher e delle becere tecniche di inserzionismo selvaggio da loro utilizzate finora. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, salvo poi rimboccarsi le maniche e fare del proprio meglio per ricontrattare la fiducia dell’utente.

In aggiunta agli Ad-Blocker, stante la probabile diffusione degli Anti-AdBlock in Italia e nel mondo nei prossimi anni, è opportuno cominciare a valutare anche gli add-in che si occupano di rimuovere anche questi ultimi: per il momento ci limiteremo a consigliare il promettente progetto Anti-AdBlock Killer di reek, distribuito su GitHub con licenza open-source, riservandoci di pubblicare in merito un articolo più dettagliato nel prossimo futuro.

Prima di concludere, è il caso di fare una necessaria precisazione. I siti che contengono banner non sono tutti uguali: esistono realtà che aprono decine di popup molesti e/o che adottano strategie volte a indurre il click involontario e portali che, nel bene e nel male, si limitano a visualizzare qualche banner qui e là. Una cosa però è bene chiarirla subito: qualsiasi sito, nel momento in cui installa anche solo un banner che genera revenue, entra a pieno titolo nel gigantesco insieme di servizi a declinazione (anche) commerciale: questo significa che, presto o tardi, sarà inevitabilmente costretto a scegliere se abbracciare i valori propri della libertà o i beceri dogmi del liberismo. L’unica alternativa a disposizione, se si desidera tenersi al di fuori di questo raggruppamento senza rinunciare alla possibilità di ottenere un piccolo reddito a copertura delle proprie spese, è quello delle donazioni libere e volontarie: il classico “buy me a beer” che nei primi anni ’90, quando l’italia cominciava timidamente ad affacciarsi sul web con Italia OnLine e Video OnLine e moderni “divulgatori” come Aranzulla non sapevano ancora cosa fosse quella strana parola inglese che inizia con la lettera I, era già ampiamente diffuso presso i siti open-source in Europa e in USA.

Per il momento è tutto. Se vi è piaciuto questo articolo, non comprateci una birra: per questa volta offre la casa!

 

 

Ryan

IT Project Manager, Web Interface Architect e Lead Developer di numerosi siti e servizi web ad alto traffico in Italia e in Europa. Dal 2010 si occupa anche della progettazione di App e giochi per dispositivi Android, iOS e Mobile Phone per conto di numerose società italiane.

Close
Leggi articolo precedente:
Come eliminare il limite di 255-260 caratteri nei path di file e cartelle in Windows 10

Introduzione Se siete sviluppatori, sistemisti o utenti esperti in ambiente Windows è molto probabile che siate già al corrente della...

Chiudi